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28 Aprile 2010

“Se ascolto dimentico, se guardo imparo, se faccio capisco”

Autore: ettore

Qualche tempo fa un professore di corso di laurea di scienze della comunicazione mi ha inviato una e-mail con l’invito a firmare un appello per impedire che il suo corso di laurea fosse chiuso dal senato accademico di una università pugliese. Risposi allora, e risponderei anche oggi, che come imprenditore della comunicazione firmerei un appello per chiudere molti dei corsi di laurea di scienze della comunicazione, ricordando a chi mi rivolgeva l’appello, quello che nello stesso anno il presidente di Confindustria Montezemolo aveva detto proprio in una affollata assemblea a Taranto: non servono università di campanile, ma servono eccellenze che sappiano competere con un mercato internazionale e attrarre i talenti migliori tra docenti e studenti. La situazione pugliese a distanza di tempo purtroppo non mi pare cambiata. Anzi al contrario mi pare che la cosa tenda a peggiorare tranne rari casi. Ho anche avuto esperienza di docenza sia a Bari sia a Campobasso come “contrattista” e posso dire che certamente non si insegna il mestiere di comunicatori in nessun corso di laurea in scienze della comunicazione. Se come imprenditore della comunicazione volessi assumere un neo-laureato in questa disciplina nella mia impresa, farei davvero fatica a selezionare un valido candidato. Potrei parlarvi delle poche ore di insegnamento in comunicazione di impresa, dei profili di uscita che si dovrebbero formare, dei laboratori (tutte parole e poco fare) e di tutto quello a cui ho assistito e che in ogni corso di laurea si dovrebbe fare ma che puntualmente non si fa. Queste considerazioni di carattere generale sulla formazione dei comunicatori d’impresa, mi fanno tornare alla mente le parole di un collega che molti anni fa mi disse: “in fondo, noi comunicatori siamo tutti autodidatti”. Oggi alle parole del collega tuttavia conferisco un altro significato. Per imparare questo mestiere occorre sporcarsi le mani, nel senso di trattare cose vere, fare imparando, come direbbe Munari: “se ascolto dimentico, se guardo imparo, se faccio capisco”. Ammesso che si vogliano formare comunicatori, si può ancora insegnare questo mestiere senza fare? L’offerta formativa nel settore della comunicazione appare ormai inadeguata ai bisogni delle imprese che operano su questo territorio e non si fa fatica a registrare malcontento anche altrove sintomo che la questione non è territoriale e non riguarda la riguarda la formazione pubblica soltanto. Naturalmente ciò pone al contempo una riflessione che ha qualche relazione proprio con il profilo professionale che si intende formare. Appare ormai chiaro che non si vogliono formare comunicatori di impresa o della pubblica amministrazione, ma piuttosto, operatori dell’informazione, scelta anche questa discutibile atteso che le redazioni dei giornali sono sempre più ridotte all’osso vista la conclamata crisi dei giornali. Io credo che piuttosto occorra formare risorse che possano poi essere impiegate nelle imprese e soprattutto nelle PMI vista la vacatio di tali funzioni. La mia impresa riceve decine di proposte di stage di corsi di laurea e di master, ma molto spesso accade che il profilo che ci viene proposto di fatto non corrisponda ai bisogni e a funzioni specifiche che cerchiamo.C’è un solo modo per fare cambiare le cose in questo settore della formazione e credo che stia solo nel porre al centro del progetto formativo il bisogno delle imprese sia di comunicazione sia più genericamente delle imprese che cercano funzioni specializzate per la gestione di una così importante attività aziendale. Alcune proposte in tal senso sento tuttavia il dovere di farle. Fare scrivere alle imprese il profilo del candidato di cui hanno bisogno consente sia di individuare chiaramente la figura del professionista da formare (un esperto di media non necessariamente deve conoscere le figure retoriche della comunicazione) sia di definire un programma di studio consono a formare conoscenze per quel profilo. Formare con una ottica laboratoriale (fare per imparare, su casi veri), recuperando l’idea della bottega artigiana che poi è tipica della dimensione del saper fare delle imprese del made in italy. Ciò, oltre a garantire facilmente il placement degli stage in azienda innalzerebbe la percentuale di stage che si convertono in assunzioni. Possono le strutture preposte alla formazione pubblica e provata trascurare ancora i bisogni delle imprese? Per quanto ancora impresa e mondo accademico saranno separati in casa?

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