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Dietro le quinte dell’impresa

“Dietro le quinte” per noi della CeC da oggi non è solo un modo di dire, ma di fare.

È qualcosa a cui lavoriamo ormai da un paio di anni e che ha visto la sua nuova concretizzazione in un progetto di valorizzazione del sistema delle imprese e Università voluto da Confindustria Bari e BAT, e interamente pensato da noi.

Dopo “Talenti per l’impresa” con il Club Cultura e dopo “Talento Italiano” in Macedonia con il Ministero dello Sviluppo Economico, è stata la volta di “Eleganza del riccio: racconti d’impresa”.

Nella capitale economica d’Italia abbiamo messo in scena con l’aiuto dell’ormai inseparabile Augusto Masiello del Kismet, cinque storie d’impresa, per restituire alla comunità d’affari, alla finanza, alla ricerca lombarde, l’idea di quanto valgono le imprese della provincia di Bari. “L’eccezione Bari” mi aveva detto Alessandro Laterza in un incontro preparatorio.

Questa volta però ad andare in scena non sono stati soltanto attori professionisti, come nei precedenti casi, ma uomini d’impresa, che si sono messi in gioco e in questo gioco hanno dato il senso ermeneutico del fare impresa. Non ho timore di dire che forse hanno compreso davvero cosa vuol dire mettere arte e business insieme. Non solo l’hanno capito, ma l’hanno fatto.

È cominciato tutto a luglio del 2010 quando Umberto Bozzo (DG di Confindustria Bari e BAT) mi ha telefonato e mi ha detto che l’associazione voleva dare visibilità al progetto Eleganza del riccio, che nei mesi precedenti aveva visto sfilare alcune imprese in associazione per presentare prodotti e servizi innovativi. Ho colto in quel momento la sensazione di orgoglio che quelle imprese avevano voglia di fare emergere, e quando poi Bozzo mi ha detto che l’evento si sarebbe fatto a Milano, il senso di responsabilità e di sfida in me è stato forte.

Come si fa a rappresentare le qualità delle imprese del territorio senza annoiare un pubblico di imprenditori e uomini di affari che partecipano a decine di riunioni e presentazioni? Dicendo la verità, una verità ben detta, però.

E così è cominciata l’avventura, con l’ascolto dei protagonisti e con la convinzione che se non ci fosse stato l’endorsment dei loro clienti la cosa non avrebbe funzionato. Ho dedicato ore, giorni e anche notti all’ascolto e al riascolto di quanto mi avevano raccontato gli imprenditori e li, ho pescato per la scrittura della drammaturgia. Poi con Masiello abbiamo cucito e disfatto molte volte, abbiamo aggiunto e faticosamente integrato testimonianze dei partner e dei clienti delle imprese e poi ricucito attacchi e uscite di tutto lo spettacolo. Perchè non doveva essere un monologo per ogni impresa, ma un’azione corale in cui chi stava in platea doveva avere la sensazione di trovarsi davanti ad una unica narrazione. E così è stato.

Poi il momento delle prove fatte al Kismet, con un esercizio di presa di coscienza del proprio corpo, guidati da Masiello e da Teresa Ludovico per dare i rudimenti del linguaggio del corpo prima che delle parole. Fino a prima delle prove sentivo che nessuna delle imprese avrebbe scommesso su una narrazione così efficace.

Da quel momento in poi è stato un continuo crescendo di emozioni, fino alle prove della mattina al Teatro Elfo/Puccini dove saremmo andati in scena alle 18,00. Con Baglieri di Bocconi, De Marco (il direttore commerciale di SDA, che si trasforma in fattorino) e Parisi di Telecom che da esperto marketing manager fa un’entrata rocambolesca sul palco. E l’emozione di ascoltare Albino e Bonomi che discettano di Lanzichenecchi e Sciascia, l’esitazione di Graziano Bianco e la scioltezza di Roberto Bianco, la tremarella di Paola Colombo, le risate del pubblico sulla “tribù di farmacisti” a cui appartiene solo per parentela Fontana e il fumettoso dialogo tra MAC e NIL.

È stato un lungo momento con il fiato sospeso, intervallato da applausi a scena aperta durante lo spettacolo e un momento di grande gioia e commozione che dal pubblico è arrivato fin sulla scena. Poi la tensione che si scarica alla fine tutti a bere buon vino pugliese, mentre ci prendiamo pacche sulle spalle. La sensazione che ci porteremo dentro questa grandissima emozione del teatro, per una volta fatto da noi, anzichè visto.

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