10 Novembre 2011
Dopo gli Open Days di Bruxelles e il convegno di ieri promosso da Apulia Film Commission e Teatro Pubblico Pugliese sul tema dell’industria creativa si pone la necessità di fare alcune considerazioni di carattere generale e particolare. Per intanto – pur riconoscendo la validità delle intenzioni del libro verde europeo – partirei da un ragionamento di fondo. Come per la risorsa umana si pone la dicotomia tra risorsa in quanto economica e umana in quanto riferita all’uomo e le due cose appaiono in contrasto, pure per l’industria creativa si pone l’ossimoro tra il significato di industria e creatività. La mostra “Beautiful Minds. Premi Nobel. Un secolo di creatività” tenutasi a Palazzo Strozzi a Firenze nel 2005 tentava di dimostrare con numerosi casi analizzati tra i vincitori dei premi, che il contesto è importante ma il gesto creativo è atto individuale. Analogamente uno studio realizzato durante Torino World Design Capital per conto di Intesa San Paolo da Aldo Bonomi – lo stesso che in altra occasione ha definito la galassia dei mestieri creativi – come il “capitalismo molecolare” ci dice che la cosiddetta “classe creativa” è una polverizzazione di soggetti lavoratori della conoscenza (circa due milioni) aggregati in modo inconsapevole ma adusi a pratiche non codificate di collaborazione tra esse e di servizio esterno all’industria. Potremmo citare altre autorevoli fonti ma quello che preme rimarcare è che la creatività segue percorsi altri rispetto alle dinamiche industriali sia pure in una prospettiva distrettuale. Mi pare che l’azione di governo regionale su questo argomento debba stare lontana dal formulare ipotesi di aggregazione forzata in distretti o altre forme aggregative, poiché lo sviluppo e il consolidamento di una “economia della creatività” non può che essere immaginata come al servizio di qualcosa. Molti distretti regionali fanno ancora fatica a darsi una identità e un’azione comune pure se sono nate come espressione delle imprese e non appare inverosimile che la formazione di un distretto della creatività promosso dall’alto possa avere le stesse difficoltà degli altri. Mi chiedo se certe politiche le debba fare qualcun altro al posto della classe creativa da un lato, e se in Puglia esiste una classe creativa come sull’asse Torino-Milano-Londra-NewYork-Pechino. Ci si riferisce a soggetti in grado di costituire una comunità di interpreti al servizio delle imprese ma anche della PA che siano il propellente delle cosiddette “innovazioni radicali di significato” (cfr.: Roberto Verganti in Design Driven Innovation. Harvard Business Review) di cui in questo momento le imprese avrebbero un grande bisogno. Sempre per citare Bonomi “Il lavoro creativo è general intellect, si nutre di reti e relazioni transaziendali e scambi comunitari. Ma è fuori dalla rappresentanza degli interessi tradizionale. Ciò detto, ed in relazione alla istanza di riconoscimento del distretto della creatività la preoccupazione e che si vada costituendo una “nicchia” in cui i soggetti venerino la madonna della creatività, ovvero un pacchetto di partite IVA, dove il dialogo sia tra le parti e non con le parti. In 20 anni di attività (chi scrive opera mettendo il proprio capitale creativo al servizio delle imprese), posso testimoniare che la classe creativa ha sempre lamentato di essere sola ed incompresa e stupisce che invece che sostenere l’avvio della collaborazione tra la classe creativa e l’industria, la Regione Puglia sostenga l’idea di una industria creativa, che almeno per ora pare dialogare solo con se stessa. Un distretto produttivo ai sensi della legge regionale è un fatto una rete aperta è un altro fatto. Altra cosa è sostenere concretamente la relazione tra creatività ed impresa. Quanto design c’è nei divani della Murgia o nella meccatronica o nell’agroalimentare come pure nell’ICT? Su questo si aspettano da tempo misure ed interventi.
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