Dopo aver visto al cinema con mio figlio di 9 anni “Cado dalle nubi” e aver pure riso e avere pure appreso che il film è in cima alle classifiche dei film più visti e con maggiore incasso gli ho chiesto cosa ne pensasse e se si fosse divertito. La risposta mi ha alquanto sorpreso. Secondo la sua lettura, la “morale” del film è: sono migliori quelli del nord, ma la Puglia è più bella. Testuali parole! Una riflessione simile vedendo il film l’avevo già fatta e mi sono anche detto che non ho alcuna voglia di appartenere a questa idea di pugliese “macchietta” che Checco Zalone restituisce e che peraltro, sono certo ormai sostituirà la classica domanda al prossimo viaggio. Temo che quando dirò che sono di Bari, la risposta sarà per sostituzione a quella classica: “ah, la città di Lino Benfi” (la dico alla Banfi per l’appunto, che come tutti sanno è di Canosa) “ah, come Checco Zalone”. Non che mi stia antipatico, ma come al solito poichè l’identità è qualcosa di cui mi occupo professionalmente, mi sono chiesto quale impatto, dopo i TarantiniDaddario&co, questo film avrà sulla restituzione di una identità pugliese, se mai ci fosse. Un film che strappa risate, ma che fa riemergere ahimè la questione della percezione di un territorio e alla restituzione del senso che quel territorio esprime. Il cinema italiano ha una lunga serie di stereotipizzazioni in tal senso. Fin dagli anni cinquanta ha restituito soprattutto all’estero una idea di Italia pizza e mandolini, pure esprimendo di fatto un realistico spaccato di identità italiana. Un altro film su cui in un’altra occasione ho avuto modo di colloquiare con cineasti molto più esperti di me è stato “Respiro” di Crialese, girato interamente a Lampedusa e anche questo film restituiva una idea di territorio, ma anche della sua gente, datata. Ai suoi opposti per linguaggio e trattamento è questo film, ma pure nello stesso solco resta in quanto a funzione divulgativa, più o meno deliberata. Ne esce uno stereotipo di meridionale poco di buono, finto invalido che va in vacanza, ignorantello, un po’ coatto, come direbbero a Roma. È possibile che ci sia solo un modo così naif di raccontare l’identità pugliese? Mi si obietterà che il cinema fotografa la realtà, come tutte le altre forme di comunicazione da essa attinge e quindi è perfettamente coerente con lo stile di società che esprimiamo e che forse in fondo siamo. Insomma i pugliesi sono tutti dei poco di buono, ignorantelli, finti invalidi e chi più ne ha più ne metta. A parte la smaccata pubblicity pro turismo in Puglia del protagonista con la battuta: “È inconcepito che non vediate la Puglia! Mettiti in ferie una settimana e vieni in Puglia” io non posso dire che la marca Puglia ne esca favorita. Piuttosto mi pare una idea paesana di brand di territorio che necessita il prima possibile di una seria pianificazione.
Data: 4 Gennaio 2010 - 13:09
Cado dalle Nubi è un film comico e non vuole essere il veicolo di
comunicazione del Brand Puglia, come si può pensare che la Puglia sia abitata da migliaia di checco zalone ed il lazio dai cesaroni, la lombardia dai cipollini, la campania dai nino d’angelo, la sicilia da montalbano e così via…
Un territorio è per sua natura complesso e vario sia dal punto di vista sociale che naturale, come si può pensare che il personaggio di un qualsiasi film comico, drammatico, storico o altro possa diventare il brand di un territorio
Mi sembra molto pretestuosa la considerazione “io non posso dire che la marca Puglia ne esca favorita. Piuttosto mi pare una idea paesana di brand di territorio che necessita il prima possibile di una seria pianificazione.”
Data: 4 Gennaio 2010 - 15:26
contiunuando… non credo che nella mente del regista di “Cado dalle Nubi” ci fosse l’intenzione di promuovere la puglia e rappresentare l’identità pugliese.
Lo stesso personaggio, Checco, è “la parodia di un cantante neomelodico”, perchè la parodia di un cantante dovrebbe identificare tutti noi pugliesi?
Mi sembra voler cercare qualcosa nel posto sbagliato.
Questo chiaramente è semplicemente il mio punto di vista, e rimango convinto che confrontarsi civilmente non può che essere una maniera di arricchirsi reciprocamente.
Data: 4 Gennaio 2010 - 17:09
Naturlamente non credo che l’autore di Cado dalle nubi abbia avuto l’ambizione di rappresentare deliberatamente l’identità pugliese attraverso la divertente parodia di Checco Zalone. Senza che questo post sembri una questione di lana caprina, posso solo dire che l’identità è l’insieme delle percezioni deliberate e non, della comunicazione giusta o sbagliata, delle caratteristiche positive o negative che un prodotto, un territorio, una marca esprimono in modo più o meno deliberato. Possiamo anche sorridere sulle battute di Checco ma se gli incassi di 10 mln del film sono un indice della quantità di persone che l’hanno visto, almeno 1,5 mln di persone si sono fatte una idea della Puglia e dei pugliesi e se mi è concesso del meridione più in generale. Proprio perchè la questione non è deliberata la cosa è preoccupante. Il cinema più di altre forme di comunicazione ha un linguaggio diretto e crea identità. Lo dicono esperti molto più di chi scrive. Se avessimo avuto un contraltare forte quanto Checco, oggi non staremmo a parlare di 1,5 mln di persone che possono aver costruito una certa percezione della Puglia. Le percezioni sono difficili da cambiare e non bastano campagne di comunicazione, che peraltro per la Puglia non abbiamo ancora visto a sufficienza.
Data: 5 Gennaio 2010 - 10:23
Sento di condividere sia le considerazioni di Alfredo che quelle di Ettore. E’ vero che non è Zalone a fare la Puglia e che in ogni caso è libero di fare “spettacolo” come ritiene. Ma è anche vero che è l’ennesima banalizzazione e mistificazione dell’immagine etica e culturale della Puglia e del pugliese. Il cinema (così come la comunicazione pubblicitaria e come qualsiasi organizzazione privata e pubblica) deve essere oggi più che mai consapevole delle proprie responsabilità storiche, sociali e culturali. Le conquiste e le colonizzazioni di oggi, infatti, sono più subdole ed è inutile continuare a far finta di niente. Tutto viene a galla.
Data: 5 Gennaio 2010 - 10:55
Dopo aver visto “Ossessione” di Visconti, Vittorio Mussolini, direttore di “Cinema” e figlio del Duce, uscì furente dalla sala urlando “Questa non è l’Italia!”. Gran parte dei film neorealisti suscitarono da parte dei funzionari del dopoguerra una reazione simile: il ritratto di un Paese desolato e colpito dalla povertà faceva infuriare politici ansiosi di dimostrare che l’Italia era sulla via della democrazia e della prosperità. La chiesa cattolica condannò molti film per il loro anticlericalismo e per il modo in cui descrivevano la vita e le abitudini sessuali della classe operaia, mentre la politica ne attaccava il pessimismo e la mancanza di un’esplicita dichiarazione di fede politica.
L’allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti trovò modo di rallentare l’avanzata dei film americani frenando allo stesso tempo gli imbarazzanti eccessi del neorealismo: emanata nel 1949, la “legge Andreotti” fissò limiti alle importazioni e quote sugli schermi, ma pose anche le basi per fornire prestiti alle case di produzione. Per concedere un prestito, una commissione statale doveva approvare la sceneggiatura, e i film privi di un punto di vista politico erano premiati con somme maggiori. Ancora peggio, a un film poteva essere negata la licenza di esportazione se “diffamava l’Italia”. Ettore sollecita dunque una datata e annosa questione. Il limite tra la libertà di espressione e l’immagine che il cinema è in grado di restruire, costruendo storie possibili, italiane o pugliesi che siano.
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