21 Novembre 2011
Vi sembrerò retorico, ma proprio in queste ore in cui c’è un nuovo governo, e finalmente c’è una fase di discontinuità, mi viene da pensare al nostro paese con un pizzico di tono nostalgico, che poi nostalgico non è, è solo che ha a che fare con la storia e a noi italiani contemporanei sembra essere del tutto sfuggito quello che siamo stati. Direbbero i fratelli Taviani, senza nostalgia: “Siamo i figli dei figli dei figli di Michelangelo, Leonardo, Raffaello”. Ho appena finito di leggere un pezzo di Remo Lucchi, di GFK Eurisko, che nell’ultimo numero di Social Trend parte proprio dalla memoria. Leggetelo e scoprirete che la retorica nostalgica non c’entra ma la retorica come forma di cultura c’entra eccome. E in questo ci ritrovate il chi siamo e quanto poco facciamo per noi stessi.
Ecco qui il pezzo di Remo Lucchi: sull’talia.pdf
7 Ottobre 2011
Temo che sia giunto il momento di rendere pubbliche riflessioni che da tempo sono causa di qualche mal di pancia. Si può fare impresa in modo leale, professionale, trasparente, pagando le tasse, e così via e al contempo partecipare ad una gara apparentemente corretta, trasparente, in regola, con tutti chiarimenti del caso, ma sostanzialmente predeterminata nel suo risultato? Una nota organizzazione parapubblica che opera nel teatro, bandisce ogni anno una gara per la comunicazione che viene aggiudicata forse da 10 anni sempre alla stessa impresa partecipante alla tenzone. Per due anni di seguito abbiamo creduto che potessimo farcela, abbiamo partecipato, abbiamo preso il massimo del punteggio tecnico (è sempre un riconoscimento della qualità che esprimiamo) ma perdiamo per l’offerta economica. Il primo anno perdiamo perchè l’aggiudicatario pratica un prezzo di 1/3 del nostro, la seconda volta per lo stesso motivo. Naturalmente visto che la procedura è costruita su servizi base e un listino di servizi aggiuntivi, nasce il sospetto che chi vinca ormai da 10 anni faccia il minimo dell’offerta per poi recuperare con i servizi a listino. Ditemi se questa non è una finta gara. Come può per ben 10 anni il committente conferire l’incarico sempre alla stesso concorrente? Ribadisco è tutto perfettamente in regola, ma vince sempre lo stesso concorrente! Mi chiedo da tempo: perchè se una organizzazione pubblica vuole lavorare con un fornitore bandisce una gara? Forse la stazione appaltante non sa che partecipare ad una gara ha per gli altri concorrenti un costo? Ma non sarebbe meglio che si trovasse una formula che consentisse al committente di dare un incarico diretto e a noi di toglierci dall’impiccio di fare una gara che è sostanzialmente già assegnata? Per quanto possa sembrare paradossale la domanda che pongo, mi pare che sia più paradossale che il risultato di una gara sia predeterminato da anni.
12 Maggio 2011
Già è davvero una questione di stile, se scrivo di una campagna di un rivenditore di arredo bagno la cui campagna è in affissione e sui quotidian in questo periodo qui a Bari. La cosa non mi sorprende in quanto la citazione in comunicazione è frequente, lo stile, come si dice ricorda qualcos’altro. Questa campagna ricorda per molti versi un lavoro di grande successo che avevamo fatto circa 10 anni fa per Quartarella un rivenditore molto bravo di arredo bagno e che avevamo posizionato - anticipando una tendenza - come il negozio della moda in questo settore. Sia ben inteso, stiamo parlando di una fior d’impresa e in quegli anni la campagna aveva ottenuto grande memorizzazione e aveva fatto conseguire alla marca - come più tardi ci avevavo confermato alcune ricerche - una ottima reputazione, e un buon valore di marca. La campagna è stata on air fino a qualche mese fa. È stata quasi intramontabile in quanto ha costituito davvero un esempio positivo di comunicazione in questo settore, se pensate che è stata usata per 10 lunghi anni. Poi, chissà perchè, nonstante il buon lavoro fatto - non c’è persona fuori dal settore che non la ricordi qui a Bari - il committente va da un’altra agenzia e succede che quel posizionamento pur riconosciuto dal mercato viene proprio buttato nel c… Succede mi direte, ma succede pure che qualcuno ripeschi quel concept che aveva funzionato e lo riusi a modo suo per fare una campagna per un’altra impresa nello stesso settore. La copia non è proprio ben riuscita, ma certamente fa pensare che una qualche traccia nell’immaginario l’abbiamo lasciata. Voi che dite?
9 Febbraio 2011
“Dietro le quinte” per noi della CeC da oggi non è solo un modo di dire, ma di fare.
È qualcosa a cui lavoriamo ormai da un paio di anni e che ha visto la sua nuova concretizzazione in un progetto di valorizzazione del sistema delle imprese e Università voluto da Confindustria Bari e BAT, e interamente pensato da noi.
Dopo “Talenti per l’impresa” con il Club Cultura e dopo “Talento Italiano” in Macedonia con il Ministero dello Sviluppo Economico, è stata la volta di “Eleganza del riccio: racconti d’impresa”.
Nella capitale economica d’Italia abbiamo messo in scena con l’aiuto dell’ormai inseparabile Augusto Masiello del Kismet, cinque storie d’impresa, per restituire alla comunità d’affari, alla finanza, alla ricerca lombarde, l’idea di quanto valgono le imprese della provincia di Bari. “L’eccezione Bari” mi aveva detto Alessandro Laterza in un incontro preparatorio.
Questa volta però ad andare in scena non sono stati soltanto attori professionisti, come nei precedenti casi, ma uomini d’impresa, che si sono messi in gioco e in questo gioco hanno dato il senso ermeneutico del fare impresa. Non ho timore di dire che forse hanno compreso davvero cosa vuol dire mettere arte e business insieme. Non solo l’hanno capito, ma l’hanno fatto.
È cominciato tutto a luglio del 2010 quando Umberto Bozzo (DG di Confindustria Bari e BAT) mi ha telefonato e mi ha detto che l’associazione voleva dare visibilità al progetto Eleganza del riccio, che nei mesi precedenti aveva visto sfilare alcune imprese in associazione per presentare prodotti e servizi innovativi. Ho colto in quel momento la sensazione di orgoglio che quelle imprese avevano voglia di fare emergere, e quando poi Bozzo mi ha detto che l’evento si sarebbe fatto a Milano, il senso di responsabilità e di sfida in me è stato forte.
Come si fa a rappresentare le qualità delle imprese del territorio senza annoiare un pubblico di imprenditori e uomini di affari che partecipano a decine di riunioni e presentazioni? […]Leggi tutto »
26 Gennaio 2011
Qualche settimana fa Oscar Iarussi su Gazzetta del Mezzogiorno ha firmato un bell’articolo dal titolo “Luce a mezzogiorno” sul successo del film di Checco Zalone e su “Benvenuti al sud”, entrambi campioni d’incassi. L’ho apprezzato molto in quanto dava una giusta visione del cinema del sud che racconta il sud.
Ha ragione Iarussi, troppo facili gli stereotipi e troppo facile la loro rinascita.
Come ricorderete in Sottotracce un anno fa avevo scritto che forse questo è un problema del cinema italiano, che non è capace di rinnovare le forme del racconto perche sono più facili alcune logiche narrative che poi fanno anche fare più risultati economici. Con quali effetti però sull’immaginario e sulla percezione nessuno lo misura.
Ho trovato il nuovo film di CheccoZalone meno divertente del primo ma certamente più marcatamente stereotipato nel descrivere il tipo del sud.
L’altro giorno con mio figlio di 10 anni, ho visto Balla coi lupi su Sky e alla fine del film mi ha detto: “papà nell’antichità si facevano film con grande impegno e ora si fanno solo solo per fare soldi?” Eppure ricordo che Balla coi lupi ha fatto molti incassi e molti premi. Saranno anche gli effetti dei tagli al FUS? (ndr: Fondo Unico dello Spettacolo)
15 Settembre 2010
Ci sono due riflessioni che mi tormentano da tempo e che si ripresentano ogni volta che vediamo un esito di gara a cui abbiamo partecipato e che non ci siamo aggiudicati. Confesso che quando ho vinto non mi sono mai posto domande nei termini in cui me le faccio oggi, alla luce di molte, dico molte, gare perse e anche per poco. È accaduto nell’arco degli ultimi 6 mesi, qui in Puglia, la Regione di Vendola. C’è un meccanismo perverso che si annida in ogni gara pubblica e si chiama punteggio per la proposta tecnica. Molti anni fa le gare di comunicazione venivano valutate come se si comprasse carta igienica, ovvero sulla base dell’offerta economicamente più vantaggiosa per la stazione appaltante (sarà poi vero che il più economico è sempre il più vantaggioso?) e non importava se tu avessi fatto un buono o un cattivo lavoro, bastava che facessi il prezzo più basso. […]Leggi tutto »
28 Aprile 2010
Negli ultimi mesi del 2009, quando la crisi economica ha rallentato le attività d’impresa con i soci del Club delle imprese per la cultura di Confindustria Bari e Barletta-Andria-Trani, abbiamo avviato un confronto su quali valori potessero guidare la ripresa. La parole ricorrenti sono state creatività, innovazione, talento. Ciascuno di noi è andato con la mente alla propria impresa alla ricerca di quel particolare momento aziendale o di un gesto particolarmente talentuoso da parte di un collaboratore, alla genesi di una innovazione di processo e di prodotto. Le ipotesi utili a fornire qualche risposta si sono forse susseguite nel tentativo di trovare un’unica e improbabile soluzione. A domande si susseguono domande quando si parla di creatività e di talento. […]Leggi tutto »
18 Gennaio 2010
In questo post scrivo di una nostra campagna di affissione. Si tratta di una campagna mulstisoggetto che per ragione diverse è diventata mono soggetto. Gli esperti dicono che in una campagna con più soggetti ciascuno deve funzionare per se. Avevamo progettato la campagna Bif&st tenendo conto di una serie di vincoli. Ad esempio: il preesistente marchio-logo Bif&st ha richiesto uno sforzo d’integrazione sul piano del tono di comunicazione e dell’accostamento alle immagini che avevamo inizialmente scelto per rappresentare la relazione tra la città e il cinema. Lo vedete di seguito guardando i soggetti della campagna che avevamo proposto ed era costituita da più immagini. Immagini in bianco nero non scontate di una Bari diversa, un lungomare non da cartolina e una Piazza Mercantile che quasi ricorda uno scorcio di città in un film neorealista. Immagini molto evocative, che con il loro lirismo ben contrastavano con il font un po art noveau del marchio Bif&st. Insomma la campagna sarebbe stata di 3/4 soggetti compreso il Petruzzelli. Eccovi un paio degli altri. Che ne dite?
13 Gennaio 2010
Se n’è andato “il signore dei marchi” ovvero Bob Noorda, che nella sua lunga carriera professionale aveva disegnato e ridisegnato celebri marchi, ormai diventati brands. Fra questi solo per ricordarli, Mondadori, Feltrinelli, Coop e tanti altri, oltre alla segnaletica delle metropolitane di Milano, New York e Rio de Janeiro. Perchè lo ricordo, perchè con il suo pensare e fare rigoroso ma straordinariamente creativo ci ha insegnato - come un moderno Michelangelo - che l’efficacia è nella sintesi (nel togliere), senza stupire a tutti i costi, nella pulizia come frutto di un ragionamento che è cultura del progetto. Se ce lo ricordassimo un po’ di più, colleghi e committenti, forse acquisiremmo la consapevolezza che il design, il buon design è funzione e con la sua formazione alla scuola della Bauhaus, Noorda ci riporta alle origini del nostro mestiere. La grafica come forma etica, come pratica intellettuale che riunisce forma è funzione. Nel libro intervista di Francesco Dondina edito qualche mese fa, aveva detto: “Non bisogna stupire a tutti i costi, i giovani stupire a tutti o costi, ma cosa c’è di meglio della pulizia e bellezza di un Helvetica o di un Bodoni ben composti? Oggi molti credono che l’Arial sia come l’Helvetica e il Bodoni come il Times New Roman. Può sembrare un ragionamento colto, ma fare questo mestiere oggi e farlo bene, significa non dimenticare la lezione di Noorda. Anche se come lui stesso diceva “non ho una teoria da divulgare, posso solo parlare del mio lavoro”. Fare questo lavoro, e farlo bene oggi richiede tempo, dedizione alla ricerca, senso etico e poi estetico. Ricordiamocelo tutti, committenti e colleghi.
26 Novembre 2009
Mi chiedo ormai da molto tempo quale ruolo abbiamo come comunicatori d’impresa. In una società che ha abdicato completamente al non senso, credo che noi pubblicitari (per cui sopravvive ancora la metafora della Milano da bere, anche se ormai bevuta) abbiamo il ruolo di mediatori culturali. Ciò ci deve fare assumere un senso di responsabilità per quello che facciamo consapevoli che se costruiamo messaggi essi hanno una funzione di azione sulla percezione delle persone e direttamente sulla loro formazione di senso. Che senso abbia allora questa campagna io proprio non riesco a coglierlo. Da osservatore dei comportamenti della marca posso solo aggiungere che COOP dal quale come consumatori ci aspettiamo sempre una proposizione di valore certo molto diversa da quello che abbiamo visto in questo caso. Che dire? A voi i commenti